L’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) ha stimato che in Italia il consumo di suolo procede inarrestabilmente al ritmo di 8 mq al secondo (video di Francesco Montillo, Ingegnere del territorio)

 


di Manlio Lilli,
da Ateniesi.it

 

Il ddl n. 580, relativo alla “Demolizione degli edifici abusivi”, approvato al Senato, regala ai territori e alle città italiane una nuova modalità d’intervento. Una graduatoria da tenere presente. I benefici? Tutt’altro che certi.

Era il 1973 quando Giuseppe Bonura pubblicò “Morte di un senatore”, un giallo sociale che aveva in appendice un consuntivo efficace sulla speculazione edilizia steso da Walter Tobagi. Su ogni copia del romanzo c’era una fascetta pubblicitaria con la scritta “i fuorilegge dell’edilizia”. Inevitabilmente il ricordo vola al precedente “Le mani sulla città” di Francesco Rosi. Dopo di allora, la speculazione di casa nostra appare come sfondo generico in molte vicende cinematografiche e letterarie, ma mai da protagonista. D’altra parte il grado di sensibilità civile verso questi problemi decadde progressivamente. Così come andò assottigliandosi il mito dell’urbanistica e la pratica dei piani regolatori. Divenuti con il tempo un fastidioso intralcio allo sviluppo e al progresso. In questi ultimissimi anni la schiera dei nemici di quel modello sbagliato, costituito da pratiche scellerate, si è ingrossata. Fortunatamente. Le voci isolate del passato si sono quasi fatte coro.

Dimostrando quale inestricabile legame esista tra speculazione e abusivismo. Come l’uno sia causa ed effetto dell’altro. Documentando come da entrambi i fenomeni trovi giustificazione il dissesto idrogeologico. Come dall’impalpabile contrasto al loro realizzarsi s’inneschino i disastri ambientali di acqua e terra che flagellano i nostri territori con sempre maggiore frequenza. Senza contare i danni che il proliferare dell’edilizia pirata ha comportato per monumenti ed aree archeologiche o comunque di rilevanza storico-artistica.
Così, da un lato si muovono a sostegno di misure che azzerino il consumo di suolo e combattano strenuamente ogni degenerazione non solo le associazioni ambientaliste e quelle a difesa del paesaggio, ma anche alcuni amministratori, sia di ambito locale che nazionale. Dall’altro agiscono con pervicace tenacia, da un opposto all’altro dei diversi schieramenti politici, i sostenitori dell’edilizia ad ogni costo. I padrini di un abusivismo spesso mascherato. Gli ideatori e seguaci delle sanatorie tout court. Qualche volta degli studiati escamotage in grado di dare respiro a riconosciute illegalità edilizie.

Ora ecco il ddl n. 580, “Disposizioni in materia di criteri di priorità per l’esecuzione di procedure di demolizioni di manufatti abusivi”, presentato da Ciro Falanga (Pdl), votato sia a destra che in buona parte a sinistra. Una norma, approvata tra le polemiche in Senato, che anche a dispetto del titolo breve, “Demolizione di opere abusive”, mostra non poche contraddizioni.
Una legge che, in sintesi, crea una lista di differenti tipologie di abusi. Certifica un ordine d’intervento delle ruspe. Così si parte dagli edifici “pericolosi”, per poi passare a quelli non ancora ultimati, a quelli utilizzati per le attività criminali, a quelle dei mafiosi, ai villaggi turistici illegali, a quelli “commerciali”, a quelli occupati da persone che dispongono di un’altra abitazione. Fino a giungere all’ultimo tipo, quello degli immobili abitati da “soggetti in caso di indigenza”.

Certo, la classificazione provoca dei dubbi. Ma ancor di più sconcerta la scelta ostinatamente perseguita di giungere a un nuovo strumento legislativo che non sembra proprio un freno all’abusivismo. Anzi ha tutta l’aria di risultare una sorta di pericoloso diluente di politiche di contrasto non particolarmente incisive. Nonostante i numeri indichino che si tratta di un’emergenza nazionale. Con significativi “picchi” in alcuni contesti. Centinaia di migliaia di spazi saturati a dispetto dello Stato, delle sue regole. Autentiche mine piazzate su e giù per l’Italia, in ogni angolo dei nostri territori. In Campania si concentrano il 19,8% delle abitazioni abusive, in Sicilia il 18,2%, in Puglia il 12,8% e in Calabria l’8,8%.

A Triscina di Selinunte, come nella Valle dei Templi. La prima è una frazione di Castelvetrano, fatta di 5mila unità immobiliari, tutte abusive. Con le meravigliose rovine di Selinunte a un passo. La seconda l’improvvida location sulla quale l’ex sindaco, come ha certificato la Corte dei Conti, ha perpetuato un incredibile scempio. Omettendo, e in alcuni casi ostacolando, la lotta all’abusivismo edilizio. Ma anche sul Lungomare di Vindicio a Formia, come nell’area di Casarinaccio ad Ardea. Ville moderne costruite direttamente su strutture romane. Esempi di abusi perpetrati a danno di vincoli archeologici esistenti. Ma non rispettati. Come accaduto anche a Palmaria, davanti a Portovenere, dove era stato innalzato il celebre “scheletrone”, abbattuto nel 2009. Oppure a Treppiedi di Modica, dove gli “ecomostri” sono stati demoliti nel 2011.
Non diversamente dall’agglomerato di abitazioni, containers e baracche abusive che inizia a cinquanta metri dalla cinta muraria di Paestum. Un quartiere nel quale si possono trovare una macelleria accanto ad una torre angioina, una serie di baracche che ospitano negozietti per i bagnanti e prefabbricati vicino a villette abusive. In tutto almeno tremila edifici abusivi, in un’area vincolata. Spiega un dossier Cresme per Legambiente che “sono non meno di 258.000 gli immobili abusivi sorti tra il 2003 e il 2011, per un fatturato complessivo stimato in 18,3 miliardi di euro”. Ma scorrendo il Rapporto Ecomafia 2012 si rileva come le ordinanze di demolizione firmate dal 2000 al 2011 sono state 46.760 di cui 4.956 eseguite e solo in alcune zone. Passando agli ambiti locali la situazione si declina ancora meglio. Così a Napoli gli abbattimenti sono stati 710 su 16.837 decisi, pari al 4,2%. Mentre a Palermo nessuno su 1.943. A Reggio Calabria neppure uno su 2.989.

Insomma, mentre gli abusi continuano a ritmi forsennati, le demolizioni procedono con una lentezza esasperante. Così viene da chiedersi quale beneficio possa portare la nuova norma alla lotta all’abusivismo. Come sia in grado di ristabilire la legalità nei tanti casi nei quali si è costruito “a prescindere”.
Ma forse non si mirava a questo. Insomma nulla cambierà. Sia per gli abitanti delle case ricavate dalle antiche lavanderie sui tetti di Palazzo Fuga, noto come l’Albergo dei Poveri, fatto edificare nel Settecento da Carlo di Borbone, a Napoli. Che per i villeggianti di molte delle ville e villette, tutte regolarmente abusive, che punteggiano le campagne di Velletri, nell’hinterland romano. Il Paese avrebbe bisogno di indirizzi certi, di politiche urbanistiche seriamente incardinate su una pianificazione sostenibile. Nella quale l’abusivismo non sia tollerato e quando esista venga spazzato via. Cancellato, senza far classifiche.