Il sito archeologico minacciato dalla costruzione dell’I-60. foto risalente a prima dell’occultamento dei resti.

Il sito archeologico minacciato dalla costruzione dell’I-60.
Foto risalente a prima dell’occultamento dei resti (www.stop-i60.org)

 

Dopo il sequestro del 23 novembre di uno dei cantieri più importanti di Roma, 26 ettari all’interno del Parco dell’Appia Antica, si torna a parlare dell’I-60, un progetto da 400 mila metri cubi su un’area ricca di rinvenimenti archeologici e di altissimo valore naturalistico. Stefano Salvi, coordinamento “Stop I-60”: “Ancora oggi i grandi gruppi immobiliari godono di trattamenti di favore rispetto all’interesse pubblico”.

 

Si ha sempre più la sensazione di vivere in un periodo di costante supplenza della magistratura rispetto alle colpevoli mancanze, e talvolta alle dannose presenze della politica. Dalla legge elettorale, dichiarata incostituzionale dalla Suprema Corte, fino alle sentenze dei tribunali de L’Aquila e di Pesaro che aprono al metodo Stamina, la cui sperimentazione era stata precedentemente bloccata dal Ministero della Salute. In questo particolare contesto di lacune e rimpiazzi la materia ambientale non fa eccezione.
Il 23 novembre scorso, infatti, su disposizione questa volta della Procura di Roma, viene sequestrata un’area di 26 ettari all’interno della tenuta di Tor Marancia, splendido lembo del parco dell’Appia Antica, su cui erano aperti diversi cantieri edilizi per la realizzazione, tra gli altri, di due parcheggi, un parco giochi, fognature e reti di irrigazione. Per realizzare tali opere sono stati sbancati ettari di terreno, recise le radici di numerosi pini di alto fusto e cementificato un ampio tratto di sottobosco. Risultato: lavori sospesi e cinque persone denunciate per lottizzazione abusiva e danno ambientale. Il provvedimento è servito, oltreché a fermare un primo scempio, anche a riportare l’attenzione di tutti su un secondo, ancora più grande. E forse a fermare anche quello.

Stiamo parlando dell’I-60, ovvero 400 mila metri cubi di palazzi alti fino a 7 piani, in un’area ricchissima di testimonianze archeologiche e di alto valore agricolo e naturalistico, collocata a 10 metri dal cantiere sequestrato dalla Procura nel parco dell’Appia Antica. Come molti altri programmi urbanistici in tutta Roma, anche l’I-60 è legato alla compensazione di Tor Marancia, definita “la madre di tutte le compensazioni”, ovvero quel controverso istituto con il quale “si consente al proprietario dell’area inizialmente considerata edificabile”, si legge nel sito del Coordinamento Stop I-60, da sempre impegnato contro il progetto, “qualora non possa più esercitare tale diritto per effetto di vincoli sopravvenuti diversi da quelli di natura urbanistica, la facoltà di chiederne l’esercizio su un’altra area del territorio comunale, di cui abbia ovviamente acquisito la disponibilità.
Si realizza così la traslazione del diritto di edificare su un’area diversa”. Uno strumento giuridico, a ben vedere, in contrasto con l’art. 42 della Costituzione “in base al quale la funzione sociale della proprietà” aggiungono dal comitato “consente la compressione del diritto di costruire senza obbligo di indennizzo o compensazioni”.

La vicenda nasce 16 anni fa, nel 1997 quando l’allora sindaco Rutelli, su pressione delle associazioni, decide di allargare il perimetro del Parco dell’Appia Antica anche alla tenuta di Tor Marancia, su cui gravava, già dal Piano regolatore del 1962, una previsione di centinaia di migliaia di metri cubi di cemento, possibili ma non ancora autorizzati. Ne nasce un braccio di ferro con i costruttori che culmina con il compromesso delle compensazioni. I costruttori perdono così la possibilità di edificare in un’area di grande valore immobiliare, quella di Tor Marancia, e grandi profitti potenziali. Per garantire gli stessi guadagni, compensare appunto, con una decisione tutta politica, le cubature lievitano fino a 5 milioni di metri cubi in tutta la città, dalla Cassia all’Infernetto. Di questi, 220 mila atterrano sull’I-60 dove ne erano già previsti ulteriori 180 mila dal Prg del 1962. Totale: 400 mila.
Il via libera alle cubature, però, con la delibera 70 del 2011 e dopo anni di contenziosi, viene subordinato all’attrezzaggio di quello che le istituzioni raccontano sarà il parco più grande di Roma, Tor Marancia più Appia Antica. Tali opere propedeutiche, quindi, all’edificazione dell’I-60 sono quelle ora al centro delle vicende giudiziarie del 23 novembre. In conclusione, l’intervento della Magistratura potrebbe aver bloccato indirettamente anche l’I-60.

“Attualmente non è chiaro se lo stop ai lavori sarà di breve durata oppure richiederà un nuovo progetto di attrezzaggio”, dice Stefano Salvi del Coordinamento Stop I-60, “che rispetti realmente i vincoli. In quest’ultimo caso riteniamo che non possano essere ritenute soddisfatte le condizioni della delibera 70/2011 e quindi non possano essere rilasciati i permessi di costruire o comunque debbano essere fermati se rilasciati. In ogni caso la questione verrà sollevata nel ricorso dei cittadini che pende al TAR del Lazio, precisando che il Coordinamento STOP I-60 non è certo contrario all’apertura del parco pubblico se il suo attrezzaggio rispetta la natura. La storia degli eventi che hanno portato a concepire il Parco pubblico, tuttavia, suggerisce l’esistenza di una strategia messa in atto per favorire gli interessi privati di pochi grandi gruppi a scapito dell’interesse pubblico”. Non si può evitare di tornare alla storia del progetto.

“Le compensazioni erano illegittime, in quanto i costruttori non avevano avuto il rilascio di alcun titolo abilitativo (permessi di costruire), e quindi secondo la legge non avevano nessun diritto acquisito. E questo è stato poi sancito da varie sentenze del TAR e del Consiglio di Stato. Tuttavia il Comune decise di risarcire i costruttori per le mancate concessioni e iniziò il calvario delle compensazioni edilizie.
Ulteriore stranezza fu la richiesta del Comune, avallata dalla Regione Lazio, di acquisire le aree al patrimonio Comunale, ovvero diventarne proprietario, per farne un Parco Pubblico. Se il Comune non avesse chiesto la cessione delle aree, esse sarebbero state comunque vincolate all’interno del Parco Regionale dell’Appia Antica, diventando quindi inedificabili pur rimanendo in mano ai privati. Quindi chiedendo di acquisirne la proprietà il Comune ha dato un’altra motivazione alla compensazione, che infatti ha previsto la cessione delle aree al Comune”.

Quindi fu proprio il Comune di Roma a preparare il terreno alle compensazioni. “Tutto questo fu scritto nella delibera n.53 del 28-3-2003”, prosegue Salvi “che rilocalizzava le cubature di Tor Marancia, in altre zone di Roma, seguendo inoltre un criterio di perequazione, ovvero aumentandole per assicurare al costruttore lo stesso valore immobiliare teorico di quelle perdute. Questo ha significato un incremento di cubature fino a 3.5 volte l’originale”. L’area in cui dovrebbe sorgere il complesso I-60, confinante con il Parco Dell’Appia Antica, è un luogo d’immensa importanza archeologica e storica. Durante le indagini, infatti, “sono stati rinvenuti resti archeologici di grande valore”, aggiunge l’esponente Stop I-60, “riseppelliti per lasciare spazio alle edificazioni, senza neppure ipotizzare un recupero per una fruizione pubblica. Nello stesso tempo nella zona venivano abbattuti 3 casali vincolati (oggi i costruttori dichiarano che questi sono crollati da soli nello stesso istante), e abbattuti i resti di un mausoleo di epoca repubblicana. L’inerzia delle amministrazioni rispetto a questi gravi fatti suggerisce come ancora oggi i grandi gruppi immobiliari godano di trattamenti di favore rispetto all’interesse pubblico”.

I moltissimi cittadini che da lungo tempo si impegnano per salvare l’area dalla speculazione non si arrendono. “Attualmente nell’I-60” conclude Stefano Salvi, “sono in corso le opere di urbanizzazione, ma non sono iniziati lavori edificatori. Abbiamo fatto molte manifestazioni nell’area e abbiamo raccolto 4000 firme con una petizione per salvare le aree archeologiche, ma le autorità non hanno ritenuto di dover fare nulla di sostanziale. Abbiamo raccolto migliaia di euro dai cittadini e abbiamo presentato un ricorso al TAR. A maggio 2014 il TAR del Lazio terrà l’udienza di merito sul ricorso. Abbiamo buone speranze che il ricorso possa essere accolto almeno in parte. Inoltre è stato presentato un esposto sui reati penali compiuti nell’abbattere i resti archeologici, e un altro esposto è in corso di presentazione. Altre iniziative mediatiche e istituzionali sono in corso di organizzazione”.

Perseverare nell’impegno per i territori e confidare nel futuro, sembra questa la lezione da apprendere, almeno fino a quando i supplenti in toga si mostreranno più efficienti e interessati al buon andamento della classe rispetto ai titolari eletti delle cattedre.

 

Marco Bombagi
Salviamo il Paesaggio
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