Cinque domande al Ministro Bray sull'arte da "affittare"

 

Con il decreto del “Fare” il governo ha deciso di consentire l’affitto di reperti, quadri, sculture che sono ora ospitati nei depositi dei nostri musei, per soggiorni più o meno lunghi (fino a 20 anni) ad istituzioni museali in giro per il mondo.

Non si tratta di una novità assoluta. Anni fa venne delineato dall’allora sottosegretario Luigi Covatta e dal soprintendente archeologico di Roma Adriano La Regina un disegno di legge in qualche modo simile in base al quale i soli reperti archeologici ripetitivi ospitati nei depositi dei musei italiani avrebbero potuto essere affittati a musei stranieri non però (differenza fondamentale) in cambio di denaro, bensì del finanziamento di missioni di scavo nelle aree archeologiche italiane.

Nel caso presente invece il governo e quindi il ministero per i Beni Culturali puntano ad ottenere introiti finanziari di un certo peso con questi “affitti” prolungabili fino ai vent’anni. Un vecchio sogno che ora diventa realtà (problematica, crediamo): “fare cassa” con le opere d’arte, col patrimonio pubblico.
Ci permettiamo allora di rivolgere al ministro Massimo Bray alcune domande.

Prima domanda: se i reperti o i quadri da affittare non sono così importanti, perché i musei di un mondo ormai globalizzato e ricco di informazioni istantanee, dovrebbero pagare per avere pezzi di serie B o C dei nostri musei? O quei reperti non sono poi così inutili, oppure si dimostrerà del tutto inutile il provvedimento proposto.

Seconda domanda: se i pezzi “affittati” sono di buon valore, non invoglieremo con tale cessione pluriennale una parte dei potenziali turisti diretti in Italia a restarsene invece a casa propria?

Terza domanda: aperta la via alla logica, sin qui respinta, della sistematica “messa a reddito”, della mercificazione del patrimonio d’arte pubblico, quali saranno i passi successivi?

Quarta domanda: già le opere di grandi artisti italiani – vedi Raffaello – stanno girando il mondo, magari in cambio del costo (modesto, in fondo) di un restauro, come è accaduto al ritratto della Muta di Raffaello in trasferta a Tokio. Questo valzer di prestiti di capolavori preziosi – sottratti per mesi e mesi ai nostri musei e quindi alla fruizione dei visitatori – diventerà ancor più vorticoso configurando, a nostro avviso, una sorta di avvilente “accattonaggio di Stato”?

Quinta domanda: che fine ha fatto il regolamento sul prestito internazionale delle nostre opere d’arte redatto da una apposita commissione scientifica insediata qualche anno fa dal ministro dell’epoca Francesco Rutelli? In quale conto intende tenere quel regolamento il ministro Bray?

 

Comitato per la Bellezza

Vittorio Emiliani
Desideria Pasolini Dall’Onda
Vezio De Lucia